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25 ottobre 2007

Polonia la storia scongelata

da www.lastampa.it

di Barbara Spinelli

I primi elogi di Donald Tusk, vincitore delle elezioni di domenica in Polonia, sono andati ai due personaggi che i gemelli Kaczynski esecravano in modo speciale: Lech Walesa, fondatore di Solidarnosc negli Anni Ottanta ed ex Presidente della Repubblica, e Wladyslaw Bartoszewski, ministro degli Esteri nel 1995, eroe della seconda guerra mondiale, internato a Auschwitz fra il 1940 e il 1941, combattente nell’insurrezione di Varsavia, militante di Solidarnosc nell’opposizione al comunismo reale. Ambedue incarnano la storia terribile e coraggiosa della Polonia moderna: l’invasione tedesca, i campi di sterminio hitleriani, l’insurrezione antinazista a Varsavia, la lunga resistenza al totalitarismo comunista.

Questo itinerario di dolore e liberazione era stato rinnegato dai fratelli Kaczynski, che in mente avevano un unico sogno ossessivo: riscrivere la storia deturpandola, denunciare la Germania come segreta vincitrice dell’ultimo conflitto, vendicare le sofferenze della nazione restituendole una grandezza smisurata e del tutto irrealistica. La Quarta Repubblica annunciata dai gemelli aveva pretese messianiche, era cattolico-integralista, s’immergeva in cicliche crociate moralizzatrici contro chiunque si presentasse come diverso (diverso in quanto gay, o pensatore indipendente, o estimatore di scrittori anticonformisti come Kafka, Gombrowicz, Dostoevskij).

Questa Polonia somigliava a una camera fatta solo di muri, ignara delle finestre, incapace di nutrir dubbi su se stessa e i propri antichi nemici: come se settant’anni di storia non avessero insegnato nulla, come se non ci fossero stati in Europa, nel frattempo, riconciliazione e apprendimento di un diverso modo di esser patria, Stato. L’invenzione di una nazione assolutamente sovrana, mai artefice e sempre vittima della storia, è scaturita da quest’ubriacatura mentale e politica. Bartoszewski, che ha scritto sulle azioni eroiche dei polacchi in favore degli ebrei durante il genocidio ma anche sulle loro indifferenze, era un avversario pericoloso.

Sia Walesa che Bartoszewski sono stati accusati di collaborazione con il comunismo, dai servitori del potere sconfitto.

Gli elettori polacchi hanno sorpreso il mondo, mandando a casa un regime che ha usato due anni di arbitrio per rovinare non solo il prestigio nazionale ma anche il farsi dell’Europa. Soprattutto le grandi città e i giovani hanno detto basta ai fratelli, dando fiducia a un leader, Tusk della Piattaforma civica, che infine ha osato attaccare frontalmente politiche che per molto tempo aveva assecondato con la propria passività. Sono loro, i figli della Liberazione dell’89, che hanno messo fine a un esperimento che il regista Wajda chiama «stagione nera». In situazione di emergenza i polacchi son capaci di azioni sorprendenti, nei secoli l’hanno ripetutamente dimostrato, e anche questa volta hanno visto il mostro dentro di sé e l’hanno vinto.

L’ostilità spasmodica che i Kaczynski nutrono per l’Europa è il primo mostro che sarà debellato, anche se uno dei due gemelli, Lech, resterà alla Presidenza della Repubblica fino al 2010, con vasti poteri di veto. Ma fin d’ora Tusk promette cambi non irrilevanti in politica estera: un’epoca si chiude, fatta di non splendido isolamento, e Varsavia ricomincerà l’avventura europea iniziata dopo l’89 da Bartoszewski, Geremek, l’ex governatore della Banca centrale Balcerowicz. Non tutto sarà rivisto, perché Tusk e la stessa sinistra hanno partecipato agli illusionismi nazionali.

Comunque potrebbe esserci il ritiro dei soldati dall’Iraq, e un negoziato sullo scudo antimissile americano che non trascurerà esigenze e riserve di altri governi europei. Non stupisce simile ostilità, e nei prossimi mesi e anni si vedrà come i pensatori, gli storici, i giornalisti, i politici polacchi l’analizzeranno. Di quest’Europa, i Kaczynski hanno mostrato di non capire nulla. Hanno fatto finta che fosse una confederazione di Stati rimasti immutati, sovrani come nell’epoca precedente la fine delle due guerre mondiali, e con estrema disinvoltura hanno sistematicamente idolatrato l’indipendenza totale della nazione, presentandola come libertà da influenze esterne. Al pari dell’Inghilterra, ma senza i suoi costumi democratici, si sono aggrappati al diritto di veto, hanno paralizzato i lavori sulla costituzione, hanno scelto di restar fuori dalla Carta dei diritti fondamentali, che tutti gli altri governi dell’Unione son pronti a considerare giuridicamente vincolante.

Nelle loro prime dichiarazioni, i collaboratori di Tusk cambiano rotta: la Polonia del centro destra aderirà alla Carta dei diritti e si sforzerà di entrare nell’euro entro il 2012, proseguendo una battaglia iniziata da Balcerowicz e interrotta dai Kaczynski. Soprattutto, smetterà di contrapporre il proprio legame diretto con Washington alla solidarietà con l’Europa. Quel legame ha inacidito e falsato ogni cosa: non solo i rapporti con Mosca e Germania, ma anche l’idea di autonomia e sovranità. Non di autonomia si trattava infatti, ma di asservimento alle politiche americane. «Noi siamo innanzitutto membri dell’Unione, non degli Stati Uniti», ha detto Jacek Wolski, vicepresidente del Parlamento europeo e collega di Tusk, la sera del voto. Quello che i Kaczynski non avevano compreso, della storia recente d’Europa, è la sua ragion d’essere profonda. Non avevano compreso che l’avventura era nata da una critica radicale degli Stati ottocenteschi, delle insolenze nazionalistiche sfociate in due guerre rovinose per il continente, dei rapporti di forza fondati su Stati che si equilibrano l’un l’altro ostilmente (la cosiddetta balance of power). Era anche nata dalla consapevolezza che non s’imponeva solo una laica separazione tra fede e politica, ma anche una netta separazione fra cultura e politica, magistratura e politica, economia e politica: separazioni che i Kaczynski hanno sprezzato. La Carta europea dei diritti e la protezione delle minoranze non è un ornamento recente dell’Unione: si riconnette al come e al perché della sua fondazione.

In tutte le nazioni d’Europa occidentale l’Unione ha significato analisi di sé, dei propri limiti, delle proprie disfatte: è vero per la Germania, la Francia, l’Italia uscita dal fascismo con un articolo 11 della Costituzione che riconosce, sopra la nazione, l’autorità degli organismi multilaterali di cui siamo parte. La Polonia e l’Est europeo non hanno partecipato a questa storia, ed è stato grave errore dei negoziati d’adesione non ricordarla con esigenza ultimativa. È il motivo per cui gli europei orientali hanno scambiato l’Unione per un insieme di Stati indipendenti, disconoscendo l’intreccio europeo continuo fra sovrannazionalità e sopravvivenza delle patrie. Dice ancora Wajda che la Polonia dei Kaczynski era fondata sulla più disastrosa delle passioni: il risentimento che mescola odio e vittimismo, onnipotenze fittizie e sogni messianici. Anche questo risentimento è eredità dell’Ottocento, inadatta al tempo presente.

La Polonia del ressentiment apparsa negli ultimi anni ha somiglianze impressionanti con l’Italia che Berlusconi ha cambiato, plasmato. Anche da noi ci sono forze di destra che speculano sul ressentiment e costruiscono sul rancore, il vittimismo, l’invenzione della realtà. Anche queste forze hanno potere sui mezzi di comunicazione, usano l’anticomunismo come arma per tacitare ogni critica, sono sospettose verso le separazioni molteplici che la laicità insegna. Anche in Italia l’integralismo cattolico ha accresciuto il proprio peso, profittando della politica divenuta campo di battaglia fra amici e nemici mortali.

Non tutto s’aggiusterà presto a Varsavia. Perché Lech Kaczynski resta capo dello Stato. Perché l’ex Premier gemello ha influenze forti su numerosi centri di potere, anche nei servizi segreti. È probabile che Tusk avrà bisogno dei postcomunisti di Aleksander Kwasniewski, per poter opporre ai veti presidenziali la maggioranza di tre quinti richiesta in Parlamento. Ma il ritorno in Europa può riprendere. Si vedrà da quello che il governo farà nei prossimi tempi: se la politica estera diverrà più responsabile, smettendo una strategia anti-tedesca e anti-russa fatta esclusivamente di livore. Se la Polonia capirà di non abitare più i primi del Novecento, e accetterà di esser figlia della storia europea postbellica e del suo saggio correggersi e ravvedersi.




permalink | inviato da WSmith il 25/10/2007 alle 1:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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